Come ottenere il rimborso dall’albergatore per impossibilità sopravvenuta

Qualificazione della pretesa dell’albergatore

La cancellazione di una “prenotazione alberghiera”, in linea di massima, può avvenire per due motivi:

  1. l’esercizio del diritto di recesso del cliente;
  2. l’impossibilità di fruire della prestazione (es. cancellazione dei treni, aerei, traghetti).

Nel caso sub 1, se la legge lo consente, può essere pattuito un corrispettivo a fronte del libero recesso (si parla di c.d. multa penitenziale, ai sensi dell’art. 1373, comma 3, c.c., o di caparra penitenziale, ai sensi dell’art. 1386 c.c.).

Quindi, nel caso sub 1, senz’altro l’albergatore potrà pretendere dal cliente il corrispettivo per il recesso.

Invece, nel caso sub 2, la situazione è completamente diversa e, quindi, l’albergatore non potrà pretendere la prestazione e dovrà restituire quanto ricevuto.

Motivi di diritto

A norma dell’art. 1463 c.c.

«Nei contratti con prestazioni corrispettive, la parte liberata per la sopravvenuta impossibilità della prestazione dovuta non può chiedere la controprestazione, e deve restituire quella che abbia già ricevuta, secondo le norme relative alla ripetizione dell’indebito».

Se l’albergo fosse andato distrutto (ad es. a causa di un incendio), l’albergatore senz’altro potrebbe invocare l’applicazione del cit. art. 1463 c.c.

Viene da chiedersi, di contro, se tale norma possa applicarsi anche nell’ipotesi in cui il cliente, per motivi oggettivi e documentati, non abbia la possibilità di fruire della prestazione.

In quest’ultimo caso, a ben vedere, la prestazione dell’albergatore sarebbe ancora possibile, ma è il cliente che non può più profittarne.

Quindi, come sapientemente evidenziato dalla Suprema Corte (cfr Corte di Cassazione, sentenza n. 26958 del 20/12/2007), deve distinguersi tra

  1. la «sopravvenuta impossibilità di utilizzazione della prestazione»;
  2. la «sopravvenuta impossibilità della esecuzione della prestazione (in argomento, funditus, cfr. Cass., 2/5/2006, n. 10138) di cui agli artt. 1463 e 1464 c.c., (cfr. ancora Cass., 16/2/2006, n. 3440; Cass., 28/1/1995, n. 1037 e la già citata Cass. 24/07/2007 n. 16315)».

Tuttavia, tale distinguo, afferma sempre la Suprema Corte, opera «soltanto sul piano concettuale, e non anche su quello degli effetti».

Infatti, il «venir meno dell’interesse creditorio (e della causa del contratto che ne costituisce la fonte) può essere, dunque, legittimamente determinato anche dalla sopravvenuta impossibilità di utilizzazione della prestazione, qualora essa si presenti come non imputabile al creditore».

La Suprema Corte giunge a siffatte conclusioni, ribadendo il principio

«secondo cui un concetto “di funzione astratta” di causa non può più ritenersi soddisfacente criterio di ermeneutica contrattuale, dovendosene più correttamente procedere, di converso, ad una ricostruzione in termini di “causa concreta”».

Detto principio sembra essere tuttora confermato dalla Suprema Corte (cfr Corte di Cassazione sentenza n. 7927 del 28/3/2017, che richiama espressamente il precedente citato).

In definitiva,

«Superando le perplessità in passato avvertite, in argomento, da questa stessa Corte (Cass., 9/11/1994, n. 9304), e in consonanza con quanto autorevolmente sostenuto in dottrina, va pertanto affermato che l’impossibilità di utilizzazione della prestazione da parte del creditore, pur se normativamente non disciplinata in modo espresso, costituisce – analogamente all’impossibilità di esecuzione della prestazione – autonoma causa di estinzione dell’obbligazione: essendo la prestazione divenuta inidonea a soddisfare l’interesse creditorio, la conseguente estinzione del rapporto obbligatorio scaturente dal contratto per sopravvenuta irrealizzabilità della sua causa concreta comporta l’esonero delle parti dalle rispettive obbligazioni, il debitore non è più tenuto ad eseguirla, il creditore non ha l’onere di accettarla» (cfr Corte di Cassazione, sentenza n. 26958 del 20/12/2007).