Onere della Prova Legge Gelli

Responsabilità medica: onere della prova nella vigenza della Legge Gelli

La Legge 8 marzo 2017, n. 24 (cd Legge Gelli), nel qualificare il titolo di «responsabilità civile della struttura e dell’esercente la professione sanitaria», regola indirettamente il riparto dell’onere della prova.

In particolare, l’art. 7 della Legge Gelli,

  • al comma 1, dispone che «La struttura sanitaria o sociosanitaria pubblica o privata […] risponde, ai sensi degli articoli 1218 e 1228 del codice civile, delle loro condotte dolose o colpose»;
  • al comma 3, prevede che «L’esercente la professione sanitaria […] risponde del proprio operato ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile».

È bene precisare, però, che il comma 3 dell’art. 7, Legge Gelli, fa salva l’ipotesi in cui «L’esercente la professione sanitaria […] abbia agito nell’adempimento di obbligazione contrattuale assunta con il paziente».

In altri termini, secondo la Legge Gelli,

  • se l’esercente la professione sanitaria (il medico) ha rapporti contrattuali diretti con il paziente, risponde civilmente ai sensi degli articoli 1218 e 1228 c.c. (cd responsabilità contrattuale);
  • se l’esercente la professione sanitaria non ha rapporti contrattuali diretti con il paziente risponde civilmente ai sensi dell’art. 2043 c.c. (cd responsabilità extra-contrattuale).

Il secondo caso generalmente si verifica nelle ipotesi in cui il medico sia dipendente della struttura sanitaria ed eserciti la propria attività professionale limitandosi ad adempiere al proprio contratto di lavoro.

Il riparto dell’onere della prova è diverso nelle ipotesi di responsabilità contrattuale ed extra-contrattuale.

Onere della prova in caso di responsabilità contrattuale

Il Tribunale di Roma, in una recentissima sentenza (sentenza n. 1287 del 18/01/2019), ha affermato quanto segue:

  • «l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare il contratto – o il contatto sociale – e l’aggravamento di una patologia o l’insorgenza di una affezione, allegando l’inadempimento del debitore astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato»;
  • «il medico, quale debitore convenuto, è invece gravato dell’onere di dimostrare il fatto estintivo, costituito dall’avvenuto esatto adempimento – secondo il criterio di diligenza […] – ovvero che, pur sussistendo inadempimento, esso non sia stato eziologicamente rilevante in ordine al verificarsi del dedotto evento dannoso, ovvero che gli esiti peggiorativi siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile a lui non imputabile».

Per quanto tale formulazione sia chiara, non si afferma espressamente chi debba provare il nesso di causalità tra il fatto e l’evento dannoso.

Nel contesto di tale pronuncia, però, il Tribunale di Roma ha richiamato l’orientamento dalla Corte di Cassazione, Sezioni Unite, espresso con sentenza n. 577 dell’11/1/2008:

«l’inadempimento rilevante nell’ambito dell’azione di responsabilità per risarcimento del danno nelle obbligazioni così dette di comportamento non è qualunque inadempimento, ma solo quello che costituisce causa (o concausa) efficiente del danno».

Di conseguenza:

  • «l’allegazione del creditore non può attenere ad un inadempimento, qualunque esso sia, ma ad un inadempimento, per così dire, qualificato, e cioè astrattamente efficiente alla produzione del danno»;
  • mentre il debitore dovrà «dimostrare o che tale inadempimento non vi è proprio stato ovvero che, pur esistendo, non è stato nella fattispecie causa del danno».

Nella sostanza, anche nella vigenza della Legge Gelli, si pone a carico del paziente (o dell’erede) l’onere di provare il nesso di causalità.

Coerentemente, la Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 29853 del  20/11/2018, ha affermato quanto segue:

  • «sia nei giudizi di risarcimento del danno derivante da inadempimento contrattuale, sia in quelli di risarcimento del danno da fatto illecito, la condotta colposa del responsabile ed il nesso di causa tra questa ed il danno costituiscono l’oggetto di due accertamenti concettualmente distinti; la sussistenza della prima non dimostra, di per sè, anche la sussistenza del secondo, e viceversa»;
  • «l’art. 1218 c.c. solleva il creditore della obbligazione che si afferma non adempiuta dall’onere di provare la colpa del debitore inadempiente, ma non dall’onere di provare il nesso di causa tra la condotta del debitore ed il danno di cui domanda il risarcimento»;
  • «nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, è onere dell’attore, paziente danneggiato, dimostrare l’esistenza del nesso causale tra la condotta del medico e il danno di cui chiede il risarcimento».

Ciò detto, come può il paziente (o l’erede) fornire la prova del nesso di causalità?

Al riguardo, la Corte di Cassazione, afferma che

«tale onere va assolto dimostrando, con qualsiasi mezzo di prova, che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del “più probabile che non”, la causa del danno; se, al termine dell’istruttoria, non risulti provato il nesso tra condotta ed evento, per essere la causa del danno lamentato dal paziente rimasta assolutamente incerta, la domanda deve essere rigettata» (Corte di Cassazione, sentenza n. 18392 del 26/07/2017, sentenza n. 26824 del 14/11/2017; sentenza n. 26825 del 14/11/2017).

Onere della prova in caso di responsabilità extra-contrattuale

Come si è evidenziato più sopra, l’art. 7 della Legge Gelli, stabilisce che «L’esercente la professione sanitaria […] risponde del proprio operato ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile», qualora «non abbia agito nell’adempimento di obbligazione contrattuale assunta con il paziente».

  • A norma dell’art. 2043 c.c. «Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno» (responsabilità extra-contrattuale).
  • A norma dell’art. 2697 c.c. «Chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento».

Pertanto, chi intende agire per il risarcimento del danno invocando la responsabilità extra-contrattuale del medico deve provare innanzitutto:

  • il fatto accaduto;
  • il danno subito;
  • il nesso di causalità tra il fatto accaduto e il danno subito.

Fin qui, nella sostanza, visti i precedenti sopra richiamati, non c’è molta differenza rispetto all’onere della prova che incombe sul paziente (o sull’erede) in caso di responsabilità contrattuale.

Tuttavia, l’art. 2043 c.c. presuppone anche la dimostrazione da parte del danneggiato (o degli eredi) dei seguenti ulteriori elementi:

  • l’ingiustizia del danno;
  • l’addebitabilità al medico del fatto lesivo a titolo di dolo o colpa.

Trattandosi di prove difficili da fornire il rischio di soccombenza in giudizio è particolarmente elevato.

Pubblicato da

Giovanni Crescella

Avvocato Patrocinante in Corte di Cassazione e dinnanzi alle Giurisdizioni Superiori