Danno cagionato da cose in custodia

A norma dell’art. 2051 c.c. (danno cagionato da cose in custodia):

«Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito».

I principi generali enunciati dalla Corte di Cassazione in tema di danno cagionato da cose in custodia

La Corte di Cassazione, Sezione VI Civile, con ordinanza n. 14800 del 7/6/2018, ha sintetizzato i principi (già affermati) in tema di responsabilità da cose in custodia, evidenziando in particolare quanto segue:

a) «il criterio di imputazione della responsabilità fondato sul rapporto di custodia di cui all’art. 2051 c.c. opera in termini rigorosamente oggettivi»;
b) «il danneggiato ha il solo onere di provare il nesso di causa tra la cosa in custodia (a prescindere dalla sua pericolosità o dalle sue caratteristiche intrinseche) ed il danno, mentre al custode spetta l’onere della prova liberatoria del caso fortuito, inteso come fattore che, in base ai principi della regolarità o adeguatezza causale, esclude il nesso eziologico tra cosa e  danno, ed é comprensivo del fatto del terzo e della condotta incauta della vittima»;
c) «in particolare, il caso fortuito é connotato da imprevedibilità ed inevitabilità, da intendersi da un punto di vista oggettivo e della regolarità causale (o della causalità adeguata), senza alcuna rilevanza della diligenza o meno del custode»;
d) «le modifiche improvvise della struttura della cosa (tra cui ad es. buche, macchie d’olio ecc.) divengono, col trascorrere del tempo dall’accadimento che le ha causate, nuove intrinseche condizioni della cosa, di cui il custode deve rispondere»;
e) «la deduzione di omissioni, violazione di obblighi di legge, di regole tecniche o di criteri di comune prudenza da parte del custode rileva ai fini della sola fattispecie dell’art. 2043 c.c., salvo che la deduzione non sia diretta soltanto a dimostrare lo stato della cosa e la sua capacità di recare danno, e a sostenere allegazione e prova del rapporto causale tra quella e l’evento dannoso (si vedano, in proposito: Sez. 3, Ordinanza n. 25856 del 2017; Sez. 3, Ordinanza n. 2478 del 2018; Sez. 3, Ordinanza n. 2480 del 2018, Sez. 3, Ordinanza n. 2482 del 2018; Sez. 3, Sentenza n. 8229 del 07/04/2010, Rv. 612442 – 01; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 12027 del 16/05/2017, Rv. 644285 – 01; Sez. 3, Ordinanza n. 25856 del 2017; Sez. 3, Ordinanza n. 2478 del 2018; Sez. 3, Ordinanza n. 2480 del 2018, Sez. 3, Ordinanza n. 2482 del 2018)».

Onere della prova a carico del danneggiato

Il danneggiato, tenuto conto di quanto affermato dalla Suprema Corte, per far valere il proprio diritto al risarcimento ex art. 2051 c.c., ha l’onere di provare

  • il danno subito,
  • il nesso di causa tra la cosa in custodia ed il danno stesso.

È bene precisare, però, che nell’ipotesi in cui la cosa in custodia sia di per sé statica e inerte, il danneggiato sembrerebbe onerato di un ulteriore profilo probatorio (Corte di Cassazione, ordinanza n. 11526 dell’11/5/2017), ovverosia

  • l’obiettiva situazione di pericolosità.

Onere della prova a carico del custode

Il custode, tenuto conto di quanto affermato dalla Suprema Corte, per andare esente dalla responsabilità di cui all’art. 2051 c.c. può solo provare il caso fortuito.

Il caso fortuito è un «fattore che […] esclude il nesso eziologico tra cosa e  danno».

In particolare si tratta di un fattore «connotato da imprevedibilità ed inevitabilità, da intendersi da un punto di vista oggettivo e della regolarità causale (o della causalità adeguata)».

Se sussistono tali connotati, viene considerato caso fortuito:

  • l’accadimento naturale;
  • il fatto del terzo;
  • la condotta incauta della vittima.

Quest’ultima ipotesi merita un approfondimento.

La condotta incauta della vittima

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 11526 dell’11/5/2017, ha evidenziato che

«il caso fortuito può essere integrato anche dal fatto colposo del danneggiato (v. da ultimo le sentenze 18 settembre 2015, n. 18317, e 22 giugno 2016, n. 12895)».

La prova del caso fortuito e, quindi, del fatto colposo del danneggiato, per i motivi indicati più sopra, deve considerarsi a carico del custode e non del danneggiato.

Tuttavia, in alcune ipotesi, tale regola appara più formale che sostanziale.

Infatti, la Corte di Cassazione, sempre con ordinanza n. 11526 dell’11/5/2017, affermato quanto segue:

«l’applicazione delle regole di cui all’art. 2051 cod. civ. presuppone sempre che il danneggiato dimostri il fatto dannoso ed il nesso di causalità tra la cosa in custodia ed il danno e che, ove la cosa in custodia sia di per sé statica e inerte, il danneggiato é tenuto a dimostrare altresì che lo stato dei luoghi presentava un’obiettiva situazione di pericolosità, tale da rendere molto probabile, se non inevitabile, il danno (sentenza 5 febbraio 2013, n. 2660)».

In altri termini,

  • non è sempre vero che «il danneggiato ha il solo onere di provare il nesso di causa tra la cosa in custodia (a prescindere dalla sua pericolosità o dalle sue caratteristiche intrinseche) ed il danno» (come si legge testualmente nella citata ordinanza n. 14800 del 7/6/2018),
  • ma, in alcuni casi, deve fornire anche la prova che «lo stato dei luoghi presentava un’obiettiva situazione di pericolosità» (Corte di Cassazione, con ordinanza n. 11526 dell’11/5/2017).

Orbene, tale ultima precisazione sbilancia sensibilmente l’onere della prova a carico del danneggiato.

Infatti, la Corte di Cassazione, sempre con ordinanza n. 11526 dell’11/5/2017, ha evidenziato «sul punto in questione, due aspetti di fondamentale importanza»:

  • «da un lato il concetto di prevedibilità dell’evento dannoso»
  • «dall’altro quello del dovere di cautela da parte del soggetto che entra in contatto con la cosa».

«Questa Corte – si legge ancora nell’ordinanza in questione – ha definito il concetto di prevedibilità come concreta possibilità per l’utente danneggiato di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la situazione di pericolo ed ha evidenziato che, ove tale pericolo sia visibile, si richiede dal soggetto che entra in contatto con la cosa un grado maggiore di attenzione, proprio perché la situazione di rischio è percepibile con l’ordinaria diligenza (v. le sentenze 22 ottobre 2013, n. 23919, e 20 gennaio 2014, n. 999, nonché le ordinanze 9 marzo 2015, n. 4661, e 6 luglio 2015, n. 13930)».

Quindi, il danneggiato, ove la cosa in custodia sia di per sé statica e inerte, deve provare:

  • il danno;
  • il nesso di causa tra la cosa in custodia ed il danno stesso;
  • l’impossibilità di percepire o di prevedere con l’ordinaria diligenza la situazione di pericolo;
  • di aver prestato un grado maggiore di attenzione, qualora la situazione di rischio sarebbe stata percepita con l’ordinaria diligenza.

È chiaro che maggiori sono gli oneri probatori posti a carico del danneggiato, più agevole sarà per il custode andare esente da responsabilità.

Eppure, a stretto rigore, la prova del caso fortuito e, quindi, del fatto colposo del danneggiato, sarebbe di competenza del custode.

Per quanto appaiano comprensibili le esigenze evidenziate dalla Suprema Corte, sembrerebbe auspicabile un intervento chiarificatore delle Sezioni Unite.

Pubblicato da

Giovanni Crescella

Avvocato Patrocinante in Corte di Cassazione e dinnanzi alle Giurisdizioni Superiori