Valore probatorio di SMS, Chat, Foto e Registrazioni digitali

L’impiego polivalente degli smartphone (usati sia per comunicare, sia per documentare fatti) impone una riflessione giuridica sul valore probatorio di SMS, Chat, Foto e Registrazioni digitali.

Prima di entrare nel merito della normativa applicabile, come per ogni altra questione giuridica, è necessario banalmente capire di cosa stiamo parlando.

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Come salvare una e-mail in formato .eml

In questo articolo cercherò di spiegare come salvare le e-mail in formato .eml.

Prima si spiegare come si possono salvare le e-mail in formato .eml credo che sia utile chiarire il motivo per cui è importante utilizzare detto formato.

Processo telematico: l’e-mail come mezzo di prova

L’e-mail ormai tende a sostituire il tradizione scambio di corrispondenza (fax, raccomandate, ecc.).

Pertanto l’e-mail è un mezzo di prova.

Un tempo, non troppo remoto, l’e-mail si stampava e si produceva in giudizio in formato cartaceo.

Tale sistema, però, poteva agevolare (in casi di dolo o colpa) l’alterazione della corrispondenza originale e, quindi, delle prove.

Oggi, con l’avvento del Processo Telematico, come si dirà più avanti, è possibile allegare al proprio fascicolo una copia fedele dell’e-mail scambiata.

Specifiche Tecniche del Ministero della Giustizia

Il Ministero della Giustizia, con decreto n. 44 del 21 febbraio 2011, ha adottato il «Regolamento concernente le regole tecniche per l’adozione nel processo civile e nel processo penale, delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione […]».

Tale regolamento,

  • all’art. 11, indica il formato dell’atto principale da depositarsi nel fascicolo telematico (c.d. «Formato dell’atto del processo in forma di documento informatico»)
  • all’art. 12, indica il formato degli allegati da prodursi insieme all’atto principale (c.d. «Formato dei documenti informatici allegati»).

Entrambe le norme citate, nel richiamare l’art. 34 del decreto n. 44/2011, rinviano a delle specifiche tecniche.

Tali specifiche tecniche sono state adottate dal Ministero della Giustizia con i provvedimenti in data 16 aprile 2014 e 28 dicembre 2015, insieme di seguito denominati Specifiche Tecniche.

Atto principale del processo telematico

A norma dell’art. 12 delle Specifiche Tecniche:

«L’atto del processo in forma di documento informatico, da depositare telematicamente all’ufficio giudiziario, rispetta i seguenti requisiti:

a)  è in formato PDF;

b)  è privo di elementi attivi;

c)  è ottenuto da una trasformazione di un documento testuale, senza restrizioni per le operazioni di selezione e copia di parti; non è pertanto ammessa la scansione di immagini;

d)  è sottoscritto con firma digitale o firma elettronica qualificata esterna secondo la struttura riportata ai commi seguenti;

e)  è corredato da un file in formato XML, che contiene le informazioni strutturate nonché tutte le informazioni della nota di iscrizione a ruolo, e che rispetta gli XSD riportati nell’Allegato 5; esso è denominato DatiAtto.xml ed è sottoscritto con firma digitale o firma elettronica qualificata».

Allegati da prodursi nel processo telematico

A norma dell’art. 12 delle Specifiche Tecniche:

«I documenti informatici allegati sono privi di elementi attivi, tra cui macro e campi variabili, e sono consentiti nei seguenti formati:

a)  .pdf

b)  .rtf

c)  .txt

d)  .jpg

e)  .gif

f)  .tiff

g)  .xml

h)  .eml, purché contenenti file nei formati di cui alle lettere precedenti.

i)  .msg, purché contenenti file nei formati di cui alle lettere da a ad h».

Quando l’allegato che si intende depositare è una e-mail sarà opportuno (in alcuni casi necessario), per i motivi accennati più sopra, depositarla nei formati .eml o .msg, al fine di assicurare l’integrità della stessa e-mail e dei suoi allegati.

In particolare, se l’e-mail che si intende depositare documenta una notifica effettuata direttamente dall’avvocato a mezzo posta elettronica certificata sarà necessario depositarla con le formalità previste dall’art. 19 bis delle Specifiche Tecniche, in forza del quale:

«La trasmissione in via telematica all’ufficio giudiziario delle ricevute previste dall’articolo 3-bis, comma 3, della legge 21 gennaio 1994, n. 53, nonché della copia dell’atto notificato ai sensi dell’articolo 9, comma 1, della medesima legge, è effettuata inserendo l’atto notificato all’interno della busta telematica di cui all’art 14 e, come allegati, la ricevuta di accettazione e la ricevuta di avvenuta consegna relativa ad ogni destinatario della notificazione; i dati identificativi relativi alle ricevute sono inseriti nel file DatiAtto.xml di cui all’articolo 12, comma 1, lettera e».

Scelta tra il formato .eml e .msg

Come sopra evidenziato le Specifiche Tecniche permettono il deposito delle e-mail nel fascicolo telematico, sia in formato .eml, sia in formato .msg.

Il primo è molto più diffuso, poiché è compatibile con software open source e con applicazioni gratuite.

Per tale motivo di seguito vedremo come salvare l’e-mail nel formato .eml.

Scaricare una e-mail in formato .eml dal browser

Le imprese che offrono il servizio di gestione di posta elettronica ordinaria o certificata, generalmente permettono di accedervi attraverso il browser (ovverosia, attraverso il software che consente di navigare in internet).

Le applicazioni che gestiscono la posta elettronica attraverso il browser spesso hanno funzionalità limitate e, per questo motivo, ci si affida a programmi di “terze parti” per la gestione completa delle e-mail, programmi definiti client.

Una funzionalità particolarmente importante è quella che consente di salvare l’e-mail in locale.

Nell’immagine che segue è illustrato come salvare una e-mail in formato .eml (nel caso di specie, una p.e.c.) utilizzando l’applicazione (lato browser) messa a disposizione sul sito di Aruba S.p.A., raggiungibile a questo indirizzo: https://webmail.aruba.it/index.html

PEC - come scaricare in formato eml
Salvare le e-mail in locale da Aruba in formato .eml

La funzionalità sopra illustrata è presente anche in Gmail, applicazione lato browser messa a disposizione da Google.

Salvare email in formato eml da gmail
Salvare l’e-mail in locale da Gmail in formato .eml

L’applicazione di Google, non solo permette di consultare in modo completo la posta elettronica Gmail, ma ha le caratteristiche di un client, pur funzionando in remoto.

Infatti, con quest’ultima applicazione, è possibile gestire diversi indirizzi e-mail, ordinaria e certificata, unificando in un solo cloud l’archiviazione.

Usare GMAIL come client
Usare Gmail per unificare la posta in un solo cloud

Tale sistema, se usato per gestire la posta elettronica certificata, ha l’enorme vantaggio di mantenere costantemente libera la relativa casella, archiviando i messaggi in un cloud sicuro e capiente, accessibile in qualsiasi momento e da qualsiasi dispositivo.

Visualizzazione in locale delle e-mail in formato .eml

Le e-mail scaricate con le modalità sopra illustrate saranno salvate in locale in formato .eml.

Tale file potrà essere aperto con una delle applicazioni installate sul dispositivo (PC o Mac).

FILE formato eml

Generalmente, cliccando il tasto destro del mouse in corrispondenza del file (come nell’immagine illustrata più sopra), sarà possibile scegliere il programma suggerito dal sistema operativo.

Nel caso di specie, i programmi sono tre:

  • Mail di Apple
  • Microsoft Outlook
  • Thunderbird

Salvare l’e-mail in formato .eml usando Thunderbird

Thunderbird è un programma per gestire le e-mail in locale (client), gratuito e multipiattaforma (funziona con Microsoft, Mac e la maggior parte delle distribuzioni di Linux).

Le sue caratteristiche lo rendono perfetto anche per utilizzare la posta elettronica certificata.

Anche Thunderbird permette di salvare in formato .eml le e-mail scaricate.

Per farlo, occorre selezionare l’e-mail, cliccare il tasto destro del mouse e scegliere “Salva come…” (vedi immagine sotto riportata).

Come salvare eml da thunderbird (1)

Dopodiché apparirà la seguente finestra, attraverso la quale sarà possibile rinominare l’e-mail, facendo attenzione a non modificare l’estensione .eml

Come salvare eml da thunderbird (2)

Tutela legale dei medici ospedalieri

Quando un medico ospedaliero gode di tutela legale?

Innanzitutto, un chiarimento sui termini:

  • il medico ospedaliero è il medico dipendente dall’ospedale;
  • la tutela legale è la facoltà del medico ospedaliero di ricevere gratuitamente l’assistenza tecnico/legale o di ottenere il rimborso delle spese per detta assistenza nel caso in cui fosse coinvolto in un procedimento giudiziario.

Per rispondere al quesito di cui sopra, sarà necessario preventivamente esaminare la normativa contenuta nei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro.

CCNL quadriennio 1998-2001

Il CCNL in data 8/6/2000, quadriennio 1998-2001, Area Dirigenza Medica e Veterinaria del Servizio Sanitario Nazionale, all’art. 25 dispone quanto segue:

«1. L’azienda, nella tutela dei propri diritti ed interessi, ove si verifichi l’apertura di un procedimento di responsabilità civile, contabile o penale nei confronti del dirigente per fatti o atti connessi all’espletamento del servizio ed all’adempimento dei compiti di ufficio, assume a proprio carico, a condizione che non sussista conflitto di interesse, ogni onere di difesa fin dall’apertura del procedimento e per tutti i gradi del giudizio, facendo assistere il dipendente da un legale, previa comunicazione all’interessato per il relativo assenso.

2. Qualora il dirigente intenda nominare un legale di sua fiducia in sostituzione di quello indicato dall’azienda o a supporto dello stesso, i relativi oneri saranno interamente a carico dell’interessato. Nel caso di conclusione favorevole del procedimento, l’azienda procede al rimborso delle spese legali nel limite massimo della tariffa a suo carico qualora avesse trovato applicazione il comma 1, che comunque, non potrà essere inferiore alla tariffa minima ordinistica. Tale ultima clausola si applica anche nei casi in cui al dirigente, prosciolto da ogni addebito, non sia stato possibile applicare inizialmente il comma 1 per presunto conflitto di interesse.

3. L’azienda dovrà esigere dal dirigente, eventualmente condannato con sentenza passata in giudicato per i fatti a lui imputati per averli commessi con dolo o colpa grave, tutti gli oneri sostenuti dall’azienda per la sua difesa.

4. E’ disapplicato l’art. 41 del DPR 270/1987».

CCNL quadriennio 1998-2001 (Istituti Religiosi)

Il CCNL in data 5/2/2001, quadriennio 1998-2001, personale dirigente medico dipendente in tutti gli Ospedali Religiosi Classificati, all’art. 26 dispone quanto segue:

«Gli Enti assumono tutte le iniziative necessarie per garantire la copertura assicurativa della responsabilità civile dei dirigenti, ivi comprese le spese di giudizio nel limite massimo di £. 50.000.000 per sinistro, per le eventuali conseguenze derivanti da azioni giudiziarie dei terzi, relativamente alla loro attività, ivi compresa la libera professione intramuraria, senza diritto di rivalsa, salvo le ipotesi di dolo.

Per tale copertura è previsto il concorso di ogni singolo dirigente medico nella misura mensile di £. 80.000 per l’area chirurgica e £. 70.000 per l’area medica.

Qualora il dirigente medico, nella fase penale del procedimento, intenda nominare legali e periti di sua fiducia in sostituzione di quello indicato dall’Ente o dalla Compagnia di Assicurazione o a supporto dello stesso, i relativi oneri saranno interamente a carico dell’Assicurazione nel limite di cui al primo comma indipendentemente dal numero dei pro- fessionisti incaricati».

CCNL quadriennio 2002-2005

Il CCNL in data 3/11/2005, quadriennio 2002-2005, Area Dirigenza Medica e Veterinaria del Servizio Sanitario Nazionale, all’art. 21 dispone quanto segue:

«1. Le aziende garantiscono una adeguata copertura assicurativa della responsabilità civile di tutti i dirigenti della presente area, ivi comprese le spese di giudizio ai sensi dell’art. 25 del CCNL dell’ 8 giugno 2000 per le eventuali conseguenze derivanti da azioni giudiziarie dei terzi, relativamente alla loro attività, ivi compresa la libera professione intramuraria, senza diritto di rivalsa, salvo le ipotesi di dolo o colpa grave.

2. Le aziende ed enti provvedono alla copertura degli oneri di cui al comma 1 con le risorse destinate a tal fine nei bilanci, incrementate con la trattenuta di misura pro-capite da un minimo di €26,00 mensili (già previsti dall’art. 24, comma 3 del CCNL dell’8 giugno 2000) ad un massimo di €50,00, posta a carico di ciascun dirigente per la copertura di ulteriori rischi non coperti dalla polizza generale. La trattenuta decorre dall’entrata in vigore della polizza con la quale viene estesa al dirigente la copertura assicurativa citata.

3. Le aziende ed enti informano i soggetti di cui all’art. 10 del CCNL 8 giugno 2000 di quanto stabilito ai sensi del comma 2.

4. Sono fatte salve eventuali iniziative regionali per la copertura assicurativa attuate anche sulla base delle risultanze della Commissione istituita ai sensi dell’ex art. 24 del CCNL 8 giugno 2000.

5. Le aziende attivano sistemi e strutture per la gestione dei rischi, anche tramite sistemi di valutazione e certificazione della qualità, volti a fornire strumenti organizzativi e tecnici adeguati per una corretta valutazione delle modalità di lavoro da parte dei professionisti nell’ottica di diminuire le potenzialità di errore e, quindi, di responsabilità professionale nonché di ridurre la complessiva sinistrosità delle strutture sanitarie, consentendo anche un più agevole confronto con il mercato assicurativo. Al fine di favorire tali processi le aziende ed enti informano le organizzazioni sindacali di cui all’art. 9 del CCNL dell’8 giugno 2000.

6. Sono disapplicati i commi da 1 a 4 dell’art. 24 del CCNL 8 giugno 2000».

CCNL quadriennio 2006-2009

Il CCNL in data 17/10/2009, quadriennio 2006-2009, Area Dirigenza Medica e Veterinaria del Servizio Sanitario Nazionale, all’art. 16 dispone quanto segue:

«1. Le aziende si impegnano a dare ai dirigenti, con completezza e tempestività, tutti gli elementi conoscitivi relativi alle condizioni e modalità delle coperture assicurative e della tutela legale, assicurando la massima informazione e trasparenza, anche mediante comunicazioni periodiche idonee a fornire il costante aggiornamento dei dirigenti sulle garanzie assicurative in atto.

2. Le aziende, al fine di favorire l’ottimale funzionalità dei sistemi di gestione del rischio, si adoperano per attivare modalità e sistemi di assistenza legale e medico-legale idonei a garantire, al verificarsi di un sinistro, il necessario supporto al dirigente interessato che dovrà collaborare attivamente alla valutazione delle cause che hanno determinato il sinistro stesso.

3. Con riferimento alla copertura assicurativa e al patrocinio legale dei dirigenti, in considerazione della necessità di una ridefinizione della normativa contrattuale che tenga conto della rilevanza e delle criticità della materia in ambito sanitario e delle previsioni di legge nel frattempo intervenute, è costituita, presso l’ARAN, entro sessanta giorni dalla stipula del presente CCNL, una Commissione composta da rappresentanti di parte datoriale e di parte sindacale.

4. La suddetta Commissione, attraverso modalità ritenute più idonee, effettua gli opportuni approfondimenti sulla materia assicurativa al fine di fornire alle parti negoziali ogni utile supporto conoscitivo e documentale per una eventuale modifica o integrazione della normativa contrattuale, avendo riguardo in modo particolare alle specifiche questioni della tutela legale e delle consulenze tecniche in ambito civile e penale. Tale proposta dovrà essere espressa in tempo utile per la stipulazione della sequenza contrattuale di cui all’art. 28 del presente CCNL».

Regolamenti per il rimborso delle spese legali

In considerazione della normativa sopra richiamata, le Aziende Ospedaliere hanno adottato specifici regolamenti per il rimborso delle spese legali.

In tali regolamenti vengono fissare le condizioni per ottenere il «rimborso delle spese legali relative ad un procedimento civile, penale o amministrativo-contabile» (cfr Azienda USL RM B, deliberazione n. 659 del 7/6/2013) ed in particolare:

  • diretta connessione del procedimento alle funzioni svolte o all’incarico rivestito;
  • assenza di conflitto di interessi, in modo che la vicenda processuale non abbia avuto esiti che possano ripercuotersi negativamente sugli interessi dell’Azienda o sulla sua immagine pubblica;
  • conclusione del procedimento con esito favorevole sancito da una sentenza passata in giudicato.

Ferme le condizioni che precedono, per ottenere tale rimborso, il medico dipendente dovrà:

  • comunicare nel più breve tempo possibile e comunque nel termine massimo di trenta giorni dalla notifica dell’atto, salvo comprovato impedimento, l’avvio del procedimento giudiziario;
  • allegare copia dell’atto giudiziario o di ogni altra documentazione in suo possesso;
  • comunicare il nominativo del legale di fiducia e l’ubicazione del relativo studio;
  • fornire periodiche informazioni circa lo stato del procedimento giudiziario secondo le fasi e gradi del medesimo.

Scelta del legale di fiducia

Il medico dipendente coinvolto in un procedimento giudiziario, qualora non vi sia un conflitto di interessi con il proprio datore di lavoro, può scegliere

  • se affidarsi a un avvocato di fiducia del medesimo datore di lavoro,
  • oppure, se designare un proprio avvocato di fiducia.

In alcuni casi, questa seconda scelta è pressoché obbligata.

Può accadere, infatti, che nel procedimento giudiziario, oltre al datore di lavoro, siano coinvolti altri medici effettivamente responsabili dei fatti denunciati o responsabili per un titolo diverso.

Il singolo medico dipendente ha interesse a differenziare la propria posizione rispetto a quella degli altri medici coinvolti.

Può accadere, inoltre, che nei confronti del medico dipendente sia maturata una prescrizione, non maturata per l’azienda ospedaliera.

La Legge 8 marzo 2017, n. 24 (cd Legge Gelli), in linea generale, stabilisce che

  • l’azienda ospedaliera risponde per responsabilità contrattuale, la cui prescrizione è decennale;
  • il medico dipendente, risponde per responsabilità extra-contrattuale, la cui prescrizione è quinquennale.

Tale distinzione, peraltro, implica anche una diversa linea difensiva in considerazione del riparto dell’onere della prova (per maggiori informazioni cfr Responsabilità medica: onere della prova nella vigenza della Legge Gelli).

In tali ipotesi, quindi, il legale di fiducia dell’azienda ospedaliera non potrà assumere la difesa del singolo medico per un evidente conflitto di interessi.

Al riguardo, occorre fare una distinzione:

  1. conflitto di interessi tra il medico e il proprio datore di lavoro,
  2. conflitto di interessi tra i medici dipendenti.

Nel caso sub 1, è da escludersi la possibilità per il medico di ottenere il rimborso delle spese legali da parte del proprio datore di lavoro (salva l’applicazione della soccombenza processuale).

Nel caso sub 2, non è da escludersi tale possibilità e i regolamenti sopra menzionati ne costituiscono una conferma.

Ad ogni buon conto, come evidenziato nei predetti regolamenti, al fine di ottenere il rimborso delle spese del proprio legale di fiducia, il medico deve coordinarsi con il proprio datore di lavoro, anche ai fini della determinazione della spesa rimborsabile.

Preventivo delle spese di cui si chiede il rimborso

L’azienda ospedaliera, in mancanza di un conflitto di interessi (vedi sopra sub 1), dinnanzi a un preventivo ragionevole (basato sui parametri ministeriali applicabili, ora il DM 55/2014), non avrà motivo di respingere la designazione di un legale di fiducia da parte del medico dipendente.

Il preventivo, naturalmente, dovrà tenere conto del valore della causa.

L’utility sotto riportata permette di fare una stima dei costi rimborsabili, alle condizioni sopra indicate, in un giudizio civile introdotto dinnanzi al Tribunale:

Tabella n. 2 - Tribunale
Valore:

parametrivariazionetotale
Fase di studio:
Fase introduttiva:
Fase istruttoria:
Fase decisionale:
Totale:
Spese generali:
C.P.A.:
I.V.A:
Contributo unificato:
Totale:

ICI in pendenza di esecuzione immobiliare e di procedura concorsuale

L’Imposta Comunale sugli Immobili (ICI), a norma dell’art. 3 del DLgs 30 dicembre 1992, n. 504, è dovuta dal proprietario dell’immobile.

Tuttavia, ci sono delle eccezioni rispetto a tale regola.

Il proprietario, infatti, non è tenuto a pagare l’ICI qualora:

  • la proprietà sia gravata da usufrutto, uso o abitazione, enfiteusi, superficie,
  • si tratti di area demaniale in concessione,
  • si tratti di un immobile concesso in locazione finanziaria.

ICI in caso di fallimento e di liquidazione coatta amministrativa

L’art. 10, comma 6, del DLgs 30 dicembre 1992, n. 504, prevede un’altra eccezione alla regola sopra enunciata:

«Per gli immobili compresi nel fallimento o nella liquidazione coatta amministrativa il curatore o il commissario liquidatore […] sono, […] tenuti al versamento dell’imposta dovuta per il periodo di durata dell’intera procedura concorsuale entro il termine di tre mesi dalla data del decreto di trasferimento degli immobili».

La portata di tale norma è stata chiarita della Corte di Cassazione con sentenza n. 8371 del 27/4/2016 (in linea con la precedente giurisprudenza), che ha affermato quanto segue:

  • l’ICI è dovuta per ciascun anno di possesso rientrante nel detto periodo, senza che vi sia «alcun mutamento nella obbligazione tributaria», nemmeno nell’ammontare, in dipendenza dello stato di fallimento o di liquidazione coatta amministrativa;
  • gli obblighi di presentazione della dichiarazione e di versamento dell’imposta per ciascun anno sono sospesi in attesa della vendita dei beni immobili, e ciò in quanto il fine di tali procedure è la liquidazione dei beni dell’impresa per il soddisfacimento dei suoi creditori, mentre il soggetto attivo dell’imposta deve essere soddisfatto in prededuzione sul prezzo ricavato dalla vendita degli immobili soggetti ad imposizione;
  • una volta effettuata la vendita degli immobili ed incassato il relativo prezzo, l’imposta dovuta per l’intera durata del procedimento è prelevata, nel suo ammontare complessivo, su tale prezzo, dal curatore o dal commissario liquidatore;
  • questi ultimi, entro tre mesi dall’incasso dello stesso prezzo, devono sia presentare la dichiarazione che versare l’imposta.

Pertanto, si possono verificare due ipotesi:

  1. i beni sono venduti in pendenza della procedura concorsuale;
  2. i beni non sono venduti in pendenza della procedura concorsuale.

Nell’ipotesi sub 1 (i beni sono venduti in pendenza della procedura concorsuale), il curatore o il commissario liquidatore, nei modi e nei termini sopra indicati, sono tenuti a pagare l’ICI per conto della procedura.

È bene precisare che non si tratta di un caso di solidarietà d’imposta.

Infatti, il curatore e il commissario liquidatore, in caso di inottemperanza della norma citata, al più sono responsabili per dolo o colpa.

In tal senso si è espressa la Commissione Tributaria Provinciale di Reggio Emilia, con sentenza n. 68 del 31/3/2011, secondo la quale:

  • «il mancato pagamento del tributo […] non comporta una responsabilità solidale del Curatore che in base ad autorevole dottrina per le scelte “gestionali” della procedura non può essere ritenuto responsabile qualora abbia compiuto gli atti o le operazioni previo conferimento delle previste autorizzazioni»;
  • «il Giudice Delegato è l’organo volitivo della procedura cui compete la direzione, l’iniziativa, la propulsione»;
  • «la pubblicità dei provvedimenti consente ai creditori della procedura ogni più ampia tutela nel rispetto dei termini previsti».

La Commissione Tributaria Provinciale di Reggio Emilia, inoltre, ha precisato che

«la responsabilità del curatore sorge quando sussiste sempre una sua condotta colposa o dolosa nell’espletamento delle funzioni ed occorre, altresì, che sussista un nesso di causalità tra tale condotta e l’evento dannoso»

Nell’ipotesi sub 2 (i beni non sono venduti in pendenza della procedura concorsuale), il curatore e il commissario liquidatore non hanno alcun onere.

La Commissione Tributaria Provinciale di Reggio Emilia, sempre con sentenza n. 68 del 31/3/2011, ha affermato che:

«in pendenza di una procedura fallimentare sussiste l’obbligazione tributaria, ma non l’obbligo di denuncia e di pagamento dell’imposta rinviata per legge ad una data posteriore all’incasso delle vendita dell’immobile».

Quindi, se la procedura concorsuale si chiude senza procedere alla vendita dell’immobile, l’onere del pagamento dell’ICI farà capo al soggetto tornato in bonis.

Al riguardo, la Corte di Cassazione ha affermato quanto segue:

«qualora le procedure di fallimento o di liquidazione coatta amministrativa si chiudano per una ragione che renda superflua la vendita degli immobili, i quali tornano, quindi, nel possesso del soggetto già sottoposto alle dette procedure, l’obbligazione tributaria sorta durante la pendenza delle stesse», «mai venuta meno, è posta a carico del soggetto già fallito [o posto in liquidazione coatta amministrativa] e tornato in bonis il quale è tenuto sia alla denuncia che al pagamento dei ratei annuali di imposta relativi a dello periodo» (Corte di Cassazione con sentenza n. 8371 del 27/4/2016).

ICI in caso di esecuzione immobiliare

L’art. 10, comma 6, del DLgs 30 dicembre 1992, n. 504, può applicarsi anche nell’esecuzione immobiliare?

In particolare, si può affermare che il custode nominato in una esecuzione immobiliare, ai fini del versamento dell’ICI, abbia gli stessi oneri del curatore nel fallimento e del commissario liquidatore nella liquidazione coatta amministrativa?

La Corte di Cassazione, con sentenze 5737 del 7/03/2013 e 7242 del 21/3/2013, ha dato una risposta negativa a tale quesito, affermando quanto segue:

  • «le conseguenze giuridiche derivanti dall’esecuzione della formalità del pignoramento immobiliare – costituite dai particolari obblighi e divieti imposti al proprietario del cespite non escludono la applicazione a suo carico dell’ici in quanto il presupposto impositivo viene a mancare (rectius, a migrare nella sfera giuridica dell’assegnatario) soltanto all’atto dell’emissione del decreto di trasferimento del bene».

La Corte di Cassazione ha anche precisato che:

  • l’obbligo di pagare l’ICI «non si trasferisce medio tempore in capo al custode giudiziale di cui all’art. 559 c.p.c.»;
  • «[…] ciò si trova puntuale conferma […] nell’ipotesi in cui l’immobile sia compreso nel fallimento, in quanto solo in tale caso il D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 10, comma 6 ha stabilito che l’imposta gravasse sul fallimento e venisse dedotta dall’importo ricavato con la vendita del bene».

Quindi:

  • «in caso di pignoramento “ordinario” l’onere grava sul proprietario, che del resto si giova del reddito del bene (anche quando non lo utilizzi direttamente) in quanto tale reddito concorre al soddisfacimento dei debiti».


Responsabilità medica: onere della prova nella vigenza della Legge Gelli

La Legge 8 marzo 2017, n. 24 (cd Legge Gelli), nel qualificare il titolo di «responsabilità civile della struttura e dell’esercente la professione sanitaria», regola indirettamente il riparto dell’onere della prova.

In particolare, l’art. 7 della Legge Gelli,

  • al comma 1, dispone che «La struttura sanitaria o sociosanitaria pubblica o privata […] risponde, ai sensi degli articoli 1218 e 1228 del codice civile, delle loro condotte dolose o colpose»;
  • al comma 3, prevede che «L’esercente la professione sanitaria […] risponde del proprio operato ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile».

È bene precisare, però, che il comma 3 dell’art. 7, Legge Gelli, fa salva l’ipotesi in cui «L’esercente la professione sanitaria […] abbia agito nell’adempimento di obbligazione contrattuale assunta con il paziente».

In altri termini, secondo la Legge Gelli,

  • se l’esercente la professione sanitaria (il medico) ha rapporti contrattuali diretti con il paziente, risponde civilmente ai sensi degli articoli 1218 e 1228 c.c. (cd responsabilità contrattuale);
  • se l’esercente la professione sanitaria non ha rapporti contrattuali diretti con il paziente risponde civilmente ai sensi dell’art. 2043 c.c. (cd responsabilità extra-contrattuale).

Il secondo caso generalmente si verifica nelle ipotesi in cui il medico sia dipendente della struttura sanitaria ed eserciti la propria attività professionale limitandosi ad adempiere al proprio contratto di lavoro.

Il riparto dell’onere della prova è diverso nelle ipotesi di responsabilità contrattuale ed extra-contrattuale.

Onere della prova in caso di responsabilità contrattuale

Il Tribunale di Roma, in una recentissima sentenza (sentenza n. 1287 del 18/01/2019), ha affermato quanto segue:

  • «l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare il contratto – o il contatto sociale – e l’aggravamento di una patologia o l’insorgenza di una affezione, allegando l’inadempimento del debitore astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato»;
  • «il medico, quale debitore convenuto, è invece gravato dell’onere di dimostrare il fatto estintivo, costituito dall’avvenuto esatto adempimento – secondo il criterio di diligenza […] – ovvero che, pur sussistendo inadempimento, esso non sia stato eziologicamente rilevante in ordine al verificarsi del dedotto evento dannoso, ovvero che gli esiti peggiorativi siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile a lui non imputabile».

Per quanto tale formulazione sia chiara, non si afferma espressamente chi debba provare il nesso di causalità tra il fatto e l’evento dannoso.

Nel contesto di tale pronuncia, però, il Tribunale di Roma ha richiamato l’orientamento dalla Corte di Cassazione, Sezioni Unite, espresso con sentenza n. 577 dell’11/1/2008:

«l’inadempimento rilevante nell’ambito dell’azione di responsabilità per risarcimento del danno nelle obbligazioni così dette di comportamento non è qualunque inadempimento, ma solo quello che costituisce causa (o concausa) efficiente del danno».

Di conseguenza:

  • «l’allegazione del creditore non può attenere ad un inadempimento, qualunque esso sia, ma ad un inadempimento, per così dire, qualificato, e cioè astrattamente efficiente alla produzione del danno»;
  • mentre il debitore dovrà «dimostrare o che tale inadempimento non vi è proprio stato ovvero che, pur esistendo, non è stato nella fattispecie causa del danno».

Nella sostanza, anche nella vigenza della Legge Gelli, si pone a carico del paziente (o dell’erede) l’onere di provare il nesso di causalità.

Coerentemente, la Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 29853 del  20/11/2018, ha affermato quanto segue:

  • «sia nei giudizi di risarcimento del danno derivante da inadempimento contrattuale, sia in quelli di risarcimento del danno da fatto illecito, la condotta colposa del responsabile ed il nesso di causa tra questa ed il danno costituiscono l’oggetto di due accertamenti concettualmente distinti; la sussistenza della prima non dimostra, di per sè, anche la sussistenza del secondo, e viceversa»;
  • «l’art. 1218 c.c. solleva il creditore della obbligazione che si afferma non adempiuta dall’onere di provare la colpa del debitore inadempiente, ma non dall’onere di provare il nesso di causa tra la condotta del debitore ed il danno di cui domanda il risarcimento»;
  • «nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, è onere dell’attore, paziente danneggiato, dimostrare l’esistenza del nesso causale tra la condotta del medico e il danno di cui chiede il risarcimento».

Ciò detto, come può il paziente (o l’erede) fornire la prova del nesso di causalità?

Al riguardo, la Corte di Cassazione, afferma che

«tale onere va assolto dimostrando, con qualsiasi mezzo di prova, che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del “più probabile che non”, la causa del danno; se, al termine dell’istruttoria, non risulti provato il nesso tra condotta ed evento, per essere la causa del danno lamentato dal paziente rimasta assolutamente incerta, la domanda deve essere rigettata» (Corte di Cassazione, sentenza n. 18392 del 26/07/2017, sentenza n. 26824 del 14/11/2017; sentenza n. 26825 del 14/11/2017).

Onere della prova in caso di responsabilità extra-contrattuale

Come si è evidenziato più sopra, l’art. 7 della Legge Gelli, stabilisce che «L’esercente la professione sanitaria […] risponde del proprio operato ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile», qualora «non abbia agito nell’adempimento di obbligazione contrattuale assunta con il paziente».

  • A norma dell’art. 2043 c.c. «Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno» (responsabilità extra-contrattuale).
  • A norma dell’art. 2697 c.c. «Chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento».

Pertanto, chi intende agire per il risarcimento del danno invocando la responsabilità extra-contrattuale del medico deve provare innanzitutto:

  • il fatto accaduto;
  • il danno subito;
  • il nesso di causalità tra il fatto accaduto e il danno subito.

Fin qui, nella sostanza, visti i precedenti sopra richiamati, non c’è molta differenza rispetto all’onere della prova che incombe sul paziente (o sull’erede) in caso di responsabilità contrattuale.

Tuttavia, l’art. 2043 c.c. presuppone anche la dimostrazione da parte del danneggiato (o degli eredi) dei seguenti ulteriori elementi:

  • l’ingiustizia del danno;
  • l’addebitabilità al medico del fatto lesivo a titolo di dolo o colpa.

Trattandosi di prove difficili da fornire il rischio di soccombenza in giudizio è particolarmente elevato.

Giustizia Civile: come accedere con uno smartphone o con un tablet

È possibile consultare lo stato di un procedimento civile in due modi:

  1. attraverso un accesso pubblico,
  2. attraverso un accesso riservato.

Accesso pubblico (o anonimo)

Il primo metodo, accesso pubblico, è fruibile a questo indirizzo: Giustizia Civile

Considerato che si tratta di un database accessibile a tutti, naturalmente, è possibile ottenere solo poche informazioni, sempre che si conosca già il numero di ruolo generale o della sentenza che definisce il procedimento civile.

Con le stesse limitazioni è possibile consultare lo stato dei processi civili anche con l’applicazione Giustizia Civile

Tale applicazione funziona sia con iOS (iPhone, iPad), sia con Android:

Accesso riservato

Il secondo metodo, accesso riservato, consente di consultare tutti gli eventi del procedimento e di scaricare i documenti contenuti nel fascicolo telematico.

L’indirizzo per accedere è questo: http://pst.giustizia.it/PST/

Per farlo è necessario essere costituiti nel procedimento (parte, avvocato, consulente) ed utilizzare la firma digitale.

Purtroppo, la maggior parte degli smartphone e dei tablet, pur consentendo di firmare un documento con il sistema della firma digitale remota, non permette di utilizzarla per accedere al link sopra riportato.

Soluzione proposta dalla Regione Toscana

La Regione Toscana ha implementato un metodo alternativo per consentire l’accesso riservato.

Infatti, oltre all’accesso con firma digitale CNS è possibile accedere anche con SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale), utilizzabile anche su smartphone e tablet.

Il punto di accesso della Regione Toscana è il seguente: https://www.giustizia.toscana.it/cancelleriatelematica

Di seguito, sono illustrati i passaggi per entrare nell’area riservata con l’iPad.

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